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25 maggio 2015

Oggi mi sono documentata un po' sul cammino di san Paolo in Italia, sperando di visitare quei posti e magari di organizzare piccoli pellegrinaggi per mantenere l'amicizia col santo che ci ha portati alla fede in Cristo Signore e per riscoprire le origini della nostra fede, come era vissuta dalle prime comunità cristiane e come si è diffusa grazie ad esse.

 

 

I luoghi a cui mi riferisco sono: Siracusa, Reggio Calabria, Pozzuoli, Foro Appio (oggi Borgo Fàiti) e Tre Taverne (oggi a Cisterna di Latina). Altri luoghi da visitare in un pellegrinaggio paolino in Italia sono le Tre Fontane (dove è stato imprigionato e poi decapitato), la basilica di San Paolo fuori le mura (dove è sepolto) e infine la basilica di San Pietro in Vaticano, cuore della Chiesa per la quale l'Apostolo ha combattuto la buona battaglia fino alla fine, quando ha terminato la corsa, conservando la fede (2 Timoteo 7).

 

28 maggio  – LE PREMESSE

Ho deciso di realizzare il desiderio di seguire le orme di san Paolo nel suo viaggio che ha toccato Malta, la Sicilia, la Calabria, la Campania e Roma.

Per questa volta proverò a seguire solo il tratto tra Pozzuoli e Roma, alla ricerca di luoghi in cui sono commemorati l'Apostolo delle genti e i santi suoi contemporanei e compagni, quali ad esempio san Pietro e san Luca. Cerco anche alloggi per possibili pellegrinaggi, tratti della via Appia antica che siano percorribili a piedi, luoghi di sosta e ristoro per pellegrini che vogliono fare lo stesso cammino. Cerco ovviamente chiese in cui i pellegrini possano partecipare a celebrazioni liturgiche e magari ascoltare catechesi su san Paolo che ha portato la fede in Italia nel 61 e ha confermato nella fede le prime comunità cristiane che gli sono corse incontro e che forse lo aspettavano da anni.

Immaginiamo come in tutto il mondo cristiano nel Mediterraneo si parlava di Paolo e del miracolo della sua conversione, dal più feroce persecutore dei cristiani al più zelante apostolo.

Cerco anche persone dei luoghi dove è passato il santo che siano interessate ad accogliere i pellegrini e fare da guida.

Posso dare i primi consigli pratici per una sosta a Pozzuoli. Nella città ci sono almeno due stazioni ferroviarie. L'unico albergo che sembra avere "un' ispirazione religiosa" che sono riuscita a trovare è "Hotel Santa Marta", zona Arco Felice. Sono circa 3 Km dalla stazione Pozzuoli Solfatara e si possono fare a piedi, camminando di fianco a rovine romane, lungo un bellissimo litorale con vista spettacolare sul mare, ammirando anche la vegetazione spontanea. Ad esempio, camminando in quel tratto ho visto il rosmarino spontaneo, l'artemisia dell'assenzio (anche grande come un albero e pieno di fiori) e il timo... oltre a tante bellissime piante di tutti i tipi che decorano il paesaggio marino. Se prendete la metro Cumana, arrivate prima ma vi perdete lo spettacolo.

Continuo a scrivere ora, appena tornata da una passeggiata serale nel centro storico, che dista una mezz'ora buona a piedi da Arco Felice dove alloggio. Ci sono anche autobus e la metro, che vanno nella stessa direzione.

Si rimane impressionati dalla grande quantità di edifici, strade e piazze in rifacimento grazie ai fondi dell'Unione Europea e grazie all'interesse e all'impegno delle persone che amano questi luoghi.

La cattedrale non è visitabile, perché in restauro. Apre solo sabato e domenica per la santa messa.

Sul molo c'è una piccola chiesa, quella dell'Assunta a mare. Stasera c'era adorazione eucaristica guidata da un sacerdote molto bravo. Quando sono arrivata stavano tutti cantando l'Alleluia e poi il sacerdote ha raccontato la storia di don Tonino Bello. Sono dovuta uscire troppo presto per motivi di tempo. In quella chiesetta ho trovato un'immaginetta di san Gennaro, che è venerato in un santuario qui a Pozzuoli tenuto dai Cappuccini.

Il quartiere centrale e storico chiama Rione Terra.

Prima di cominciare il giro turistico, sono passata in parrocchia, quella più vicina all'albergo, dedicata a San Luca e ai due  martiri Eutichete (o Eutiche) e Acuzio. C'era il parroco padre Manuel e un ragazzo, Angelo, che mi hanno parlato dei luoghi da visitare a Pozzuoli. Questo mi ha facilitata il tutto.

Sono stata alla darsena; ho visto lì la chiesa di santa Maria delle Grazie, dove c'è un epitaffio che ricorda il passaggio di san Paolo, un altro che fa memoria di quello di Giovanni Paolo II, delle maioliche che rappresentano l'arrivo dei santi e un'iscrizione del passo degli Atti degli Apostoli che menziona il soggiorno dei santi a Pozzuoli.

Visto che c'ero, ho visto gli orari dei collegamenti marittimi, che non sono molti. Se voglio anch'io sbarcare a Pozzuoli come san Paolo e san Luca dovrò fare delle corse domattina.

 


 

29 maggio  – L’APPRODO SUL MOLO CALIGOLIANO

Oggi mi sono svegliata con il rintocco delle campane, non avendo sentito la sveglia. Il problema è che mi sono svegliata con 9 rintocchi e la s. Messa a cui volevo partecipare era proprio alle 9.

Grazie a Dio la chiesa è vicinissima e sono riuscita ad arrivare prima delle letture.

Dopo la messa, un'altra corsa... per fare lo sbarco a Pozzuoli come san Paolo e san Luca.

Ho preso la metro Cumana per due fermate, da Arco Felice a alla fermata Pozzuoli, che è dietro il cosiddetto tempio di Serapide, che in realtà era un mercato.

Ho chiesto informazione a un signore che doveva prendere lo stesso scafo per Ischia e mi ha detto di seguirlo. È stata molto bella la traversata, staccarsi dal porto di Pozzuoli e cominciare vederlo da distanza, ma soprattutto riavvicinarsi e sbarcare proprio sotto gli epitaffi e le maioliche che ricordano lo sbarco di san Paolo, sull'attuale "Largo San Paolo", che non è neanche segnalato con un'insegna, così come "via San Paolo".

Poi, una volta sbarcata, ho chiesto a dei signori informazioni per andare al santuario di san Gennaro, tenuto dai Cappuccini, costruito sul luogo del martirio del santo e dei suoi compagni.

Quei signori mi hanno detto che stavano andando proprio in quella zona e mi hanno accompagnata a destinazione, facendomi tante domande sul mio pellegrinaggio e dandomi consigli su che cosa vedere e raccomandazioni di stare "accorta".

Ho parlato con persone che si trovavano al santuario: alcuni allestivano per una sagra, altri erano poveri che mangiano al santuario.

Poco più in alto si trova l'ex Albergo San Paolo, presso l'Opera Cittadella Apostolica, dove mi sarebbe piaciuto alloggiare, ma purtroppo mi sono accorta che è chiusa e in via di rovina.

Sono tornata al porto, ho visto l'interno della Chiesa di Santa Maria delle Grazie.

Il centro di Pozzuoli è tutto un cantiere e spero proprio che tra pochi mesi sarà tutto splendidamente rinnovato.

Infine sono andata alla s. Messa di nuovo. Senza saperlo poi ho partecipato a una bella adorazione eucaristica che è durata mezz'ora circa. Sono stata contenta di vedere tanta devozione per l'Eucaristia e la spiritualità sentita che l'accompagnava.

Sono riuscita a parlare una seconda volta con don Manuel, il parroco. Ha detto che per l'anno Paolino, nel 2008, era venuto un gruppo di giovani di una diocesi di Malta in pellegrinaggio. Lui aveva chiesto ai parrocchiani di ospitarli annunciandolo dopo la messa, ma nessuno aveva dato la disponibilità per diffidenza.

Intanto che aspettavo in sacrestia ho visto un annuncio appeso che diceva solo "pellegrini nella notte - 30 maggio", cioè domani sera.

Ho chiesto a un ragazzo, Angelo, di che cosa si trattasse. Ha detto che domani alle 20:00 tutti i giovani della Diocesi di Pozzuoli si ritrovano lì davanti alla parrocchia dei santi Luca, Eutichete e Acuzio, e partono per un pellegrinaggio notturno sui passi di san Paolo, pregando lungo diverse tappe.

Allora mi sono decisa a trattenermi ancora un altro giorno! Grazie a Dio è stato possibile e facile. Quelli dell'albergo sono disponibili e sono per risolvere i problemi.

 


 

30 maggio  – COMMEMORAZIONE DELLA VENUTA DI PAOLO

Oggi nella diocesi di Pozzuoli si festeggia proprio la venuta di San Paolo a Pozzuoli, avvenuta il 30 maggio del 61, secondo il calendario liturgico.

La signora Lucia, che custodisce la chiesa dell'Assunta a mare, mi ha detto che questo è il primo anno che non fanno la Messa Solenne e non fanno la processione in mare per poi buttare in acqua dei fiori a ricordo dei caduti.

Tutti gli anni veniva il Vescovo a celebrare alla chiesa di santa Maria delle Grazie.

Sarà che quest'anno è chiusa per restauro, quindi niente messa solenne e niente processione.

In compenso c'è il pellegrinaggio dei giovani di notte dalla chiesa di San Luca, qui ad Arco Felice al porto.

La signora Lucia mi ha raccontato anche di un'altra signora di Firenze che si presentò come ho fatto io, chiese informazioni, guardò la chiesa e vide un dipinto di Santa Barbara rovinato e tenuto  nascosto.

Poi fece un articolo, parlando di lei e del quadro, e un'associazione di marinai ex-combattenti si fece carico del restauro del dipinto.

Poi mi ha parlato del "bradisismo", una specie di terremoto sussultorio che qui capita molto spesso e gli abitanti ci convivono e chiamano Pozzuoli "la città ballerina". Questo è uno dei motivi per cui tante chiese compresa la cattedrale bruciata non vengono restaurate subito, anzi passano decenni.

Dopo la s. Messa della mattina ho parlato col sacerdote che ha celebrato, don Fernando. Ha raccontato che nell'anno paolino diocesano, 2011, ha organizzato un pullman di pellegrini della parrocchia che hanno rifatto la strada di san Paolo da Pozzuoli a Roma.

Ha detto che avrebbe voluto ripetere l'esperienza ogni anno ma non è stato possibile per mancanza di un'organizzazione.

Comunque ha detto che è stato bellissimo e ha scritto un diario che mi manderà.

Ho parlato anche con suor Esterina che sta con le sue consorelle presso la parrocchia. Mi ha detto della situazione difficile del mondo, dei conflitti di religione e come il Signore permetta tutto per raffinare la nostra fede. Abbiamo condiviso le stesse speranze. È lei che mi ha fatto notare sul messale che oggi è veramente la commemorazione della venuta di s. Paolo a Pozzuoli.


 

“PELLEGRINI DI NOTTE”

La sera del 30 maggio si sono realizzati tutti i miei desideri e sogni più irrealizzabili e improbabili, un po' tutto quello che mi ero immaginata di dover fare da sola mentre stavo a Pozzuoli, senza sapere che qualcuno l'aveva già organizzato e aveva già pensato a tutto.

Ad esempio, mi sarebbe piaciuto costruire un filmato per raccontare che bella esperienza e camminare sui passi di san Paolo e san Luca nel loro viaggio verso Roma, passando per tutte le tappe nominate nella Bibbia, che quindi hanno un valore spirituale tutto particolare.

Per questo avevo pensato di raccogliere registrazioni di passi delle lettere di san Paolo, degli Atti degli Apostoli o altri brani delle S. Scritture, letti da persone del posto.

Per cogliere il segno che l'Apostolo e l'Evangelista hanno lasciato e continuano a lasciare nei vari luoghi del loro passaggio, avevo pensato anche di chiedere ai sacerdoti di qualche parrocchia locale quale fosse il loro brano preferito di san Paolo e se per favore me lo potevano commentare. Allo stesso modo avrei potuto registrare anche i parrocchiani mentre leggevano, nel loro stile personale e con l'inflessione del luogo, alcuni passi dei due santi.

Poi mi chiedevo sempre, senza riuscire a capire, da dove fossero passati san Paolo e san Luca da Pozzuoli a Terracina, da dove poi l'Appia antica prosegue dritta e il loro cammino è documentato dalle soste intermedie nominate.

Per questo c'è voluto l'aiuto di un'archeologa, Andreina Moio, che ieri sera si trovava proprio lì, insieme con i ragazzi della Diocesi di Pozzuoli, al pellegrinaggio di notte sui passi di san Paolo organizzato per loro (e senza volere anche per me!).

Durante il pellegrinaggio ci siamo fermati dove sorgono i resti di due ville romane del tempo, quattordici sepolcri, lo stadio, la via Consularis Puteolis Capuam percorsa con ogni probabilità dai Santi per imboccare l'Appia antica a Capua.

A ogni tappa (come da copione del film utopistico che mi ero fatta) un ragazzo, Gennaro, leggeva un brano biblico attinente, il sacerdote responsabile della Pastorale giovanile don Mario Russo lo commentava e faceva riflessioni personali, mentre l'archeologa Andreina Moio ci dava spiegazioni sui resti di epoca romana che incontravamo lungo il cammino.

 

 

 

 

Pellegrinaggio di notte dei giovani della Diocesi di Pozzuoli sui passi di san Paolo – 30 maggio 2015

 

Organizzato dalla Pastorale Giovanile e guidato da don Mario Russo e dall’archeologa Andreina Moio

Prima tappa: dalla romana “Villa di Livia” all’industria“Olivetti”

 

In questa prima tappa ci siamo fermati nel giardino di Villa di Livia, una villa romana, sulla quale oggi sorge un’abitazione privata.

Don Mario Russo, organizzatore del pellegrinaggio e responsabile della Pastorale Giovanile, ha innanzitutto accennato alla riflessione pensata per la sosta in questo luogo così ricco di segni di tanti che sono passati, dall’età romana imperiale ai giorni nostri. Poco distante dalla Villa, infatti, sorge lo stabilimento industriale fondato da Olivetti, che ci ha dato testimonianza di un’economia che non mette al centro il denaro, ma l’uomo. Infatti, ad esempio, appena stabilì l’insediamento industriale, vi affiancò le case per gli operai, il Rione Olivetti. Questo modello ci ricorda i temi cari a papa Francesco, sui quali tante volte insiste: l’economia, della fame, del lavoro, della dignità dell’uomo e l’ambiente, sul quale ci donerà un’enciclica.

L’archeologa Andreina Moio ci ha cominciato a spiegare dove ci trovavamo, ovvero presso una villa di epoca romana, che è stata portata alla luce una ventina di anni fa.

Si tratta di una villa suburbana, residenziale, di epoca imperiale.

Sono stati portati alla luce diversi tipi di ambienti, come l’impluvium, i cubicola, i cenacula, l’ararium e tutte le parti proprie di una villa romana. L’edificio si trova nella parte alta di Pozzuoli, vicina alla chiesa dei santi Luca, Eutichete ed Acuzio ad Arco Felice da dove siamo partiti, che è una parte esterna e distante dal centro storico. Villa di Livia ci dà la conferma che anche su questo terrazzo c’erano tutte le strutture e gli ambienti tipici delle ville del tempo. Questo è uno dei pochi casi di villa romana riportata alla luce, che è stata riutilizzata nella parte alta già dal Medioevo e poi da allora è stata continuamente abitata. Intorno era circondata interamente da aree agricole. È stata riportata alla luce grazie alla scelta fatta dalla famiglia che vi abitava insieme alla Sopraintendenza e adesso la possiamo ammirare. Vi si trova tutto il pavimento in mosaico in colore bianco e nero, oltre alla parte dell’arario decorato con le pitture, come in ogni villa nella quale non mancava mai la parte sacrale, che conteneva le divinità, i lari familiari che venivano conservati e venerati ed erano al centro di tutta l’attività.

La villa gode di un bellissimo panorama e tutte le stanze danno sul mare, dominando tutto il golfo di Pozzuoli. Dalla Villa si vede il Rione Terra con l’antica rocca e si poteva controllare tutta la situazione del golfo sottostante.

La possibilità di visitare questa villa romana è un grande regalo che ci è stato fatto, perché non è in un edificio pubblico come è il Tempio di età augustea sul Rione Terra, o lo Stadio che si trova su questo terrazzamento un po’ più avanti verso il centro storico, o l’Anfiteatro. I puteolani conoscevano molto bene gli edifici pubblici, ma gli edifici privati rimasti sono pochissimi e meno noti. Riportare alla luce e restaurare questa villa è stata una grande possibilità.

Questo edificio ci dà la conferma della vita attiva che si svolgeva in epoca romana. Anche gli imperatori, i senatori, i consoli venivano tutti qui sia a passare le vacanze, sia anche a prendere le grandi decisioni di governo. Quindi Puteoli era proprio il centro e il cuore dell’impero. Durante gli scavi della Villa è stata rinvenuta una statua che ora si trova a Copenhagen, infatti la famiglia che vi abita ha chiesto una copia in calco, ma non è ancora riuscita ad averla. Le altre statue, rinvenute in fase di restauro della Villa, sono a Baia. È stato trovato anche un sarcofago, perché nello scavo molto probabilmente questa zona fu utilizzata come area cimiteriale. Infatti, è stata ritrovata una tomba a inumazione, realizzata nelle anfore tagliate a metà, l’una incastrata nell’altra, con il corpo all’interno. Ovviamente questi sono sviluppi avvenuti in epoca successiva a quella imperiale.

La villa romana era tutta ricoperta di marmo. Augusto ricoprì di marmo tutti gli edifici pubblici e buona parte di quelli privati dell’area, nel primo secolo, il tempo della sua massima auge. Questa era un villa “quasi pubblica” poiché imperiale, quindi importantissima. Alcuni rivestimenti di marmo sono stati ritrovati. Le stanzette più piccole sono dette cubicola ed erano le camere per il riposo. Questa era una “villa dell’otium”, per beneficare dell’ottimo clima e per questo buona parte della villa è verso il mare. Per i noti terremoti e l’eruzione di Montenuovo del 1538 la conformazione orografica della costa è cambiata e purtroppo di tutto il proseguo della villa più verso il mare non c’è più traccia. L’archeologa Andreina Moio è poi passata a raccontarci di un altro importante segno lasciato nei tempi recenti sullo stesso terrazzamento nelle vicinanze della Villa di Livia: l’insediamento dell’Olivetti.

Questa industria nacque nel 1951 durante il periodo dello sviluppo industriale in Italia. Anche questa zona si andò trasformando da agricola a industriale. Andreina ci ha spiegato che la sua generazione è stata segnata da questo grande atto di coraggio di Adriano Olivetti, da questa realtà che veramente ha portato loro la dignità. Da quando si è insediato lo stabilimento Olivetti a Pozzuoli, in questa industria furono dati gli stessi salari del nord. Gli impiegati e gli operai avevano la stessa dignità di quelli del nord Italia. Quindi possiamo dire che Adriano Olivetti è stato “l’uomo della dignità”, è stato un uomo che non ha lasciato da parte e non ha sottovalutato nessun aspetto.

“Io in prima persona lo posso testimoniare, perché mio padre era impiegato nell’Olivetti e ci ha lavorato più di trent’anni. Avevamo tutto quello di cui si aveva bisogno: dalla sanità, alla colonia, alla vacanza estiva alla borsa di studio. Non pensava solo alla produzione, ma pensava alla famiglia” – ha detto Andreina.

Questa è una grande testimonianza che ci ha lasciato Adriano Olivetti. Lui è partito dal fatto che ha insediato questa struttura su questo terrazzo che dall’esterno non si vede, perché commissionò il progetto a Luigi Cosenza, un architetto che ha fatto tante grandi opere riuscendo a non deturpare assolutamente il paesaggio. Si è andato a sistemare sul terrazzo solo entrando all’interno. Da produzione di macchine da scrivere Olivetti poi adesso è diventato un centro di diverse attività, quali la telefonia mobile e il centro CNR, che è uno dei migliori e che svolge una buona attività di ricerca scientifica. Di questo insediamento Olivetti, di altissimo valore architettonico per il rispetto della dignità, rimane profonda traccia, perché il fondatore ha tenuto conto della famiglia; gli operai venivano rispettati, pagati, ed è stata una delle prime fabbriche ad avere la cosiddetta settimana corta, dal lunedì al venerdì, lasciando il sabato libero. Ci sono stati tanti di quegli accorgimenti che hanno davvero elevato umanamente i lavoratori e le loro famiglie.

“I temi della dignità del lavoro su cui papa Francesco va ad insistere per tanti della mia generazione a Pozzuoli sono una realtà vissuta che possiamo testimoniare. I nostri genitori erano onorati di lavorare all’Olivetti. Mio padre non se ne voleva andare dalla fabbrica a sessant’anni, ma purtroppo la dovette lasciare per la crisi che ci fu in quel periodo, ma andò via con una grande esperienza e una grande ricchezza. Diceva che lì aveva veramente apprezzato il lavoro e aveva capito che cosa significa lavorare” – ha affermato Andreina. Questo racconto ci serve per capire come questa terra ha vissuto varie fasi: partiamo da una villa romana per arrivare a vedere quello che è stato un moderno insediamento industriale significativo, che ci fa sperare di poter continuare su quel modello. Tutte le pietre di qualsiasi epoca ci parlano e ci trasmettono qualcosa, quindi non dobbiamo tralasciare mai di conoscere e di sapere chi è passato in questa zona e ha lasciato un segno.

I nostro desiderio deve essere proprio quello: riconoscere i segni che sono stati fatti e scritti su queste pietre.

Al termine della sosta in questa tappa a Villa di Livia abbiamo letto il discorso di papa Francesco del 22 settembre 2013 nella sua visita pastorale a Cagliari durante l’incontro con il mondo del lavoro.

https://w2.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2013/september/documents/papa-francesco_20130922_lavoratori-cagliari.html

Seconda tappa: Via Domiziana antica, lo stadio romano e la civiltà dell’amore

Abbiamo proseguito il cammino lungo la via dei Campi Flegrei per poi imboccare sulla sinistra l’antica via Domiziana, che non è la Domiziana attuale, che è stata costruita nel 1932.

Abbiamo fatto una sosta presso una ringhiera, al di sotto della quale c’è un edificio pubblico romano: lo Stadio. Purtroppo ne rimane soltanto una parte, quella dell’ingresso. Questo edificio per Pozzuoli è stata una grande scoperta, perché i romani non costruivano stadi, ma ne hanno fatti solo due: questo stadio a Puteoli e l’altro a Roma, che oggi vediamo trasformato in piazza Navona.

Lo stadio, infatti, è una costruzione del mondo greco per le gare ginniche e atletiche e per le olimpiadi. I romani, invece, prediligevano l’anfiteatro, infatti a Pozzuoli abbiamo il terzo anfiteatro per importanza e grandezza.

Lo stadio è stato portato alla luce negli ultimi dieci anni, ma solo per una parte. Come sulla Villa di Livia c’è la parte medievale, così anche qui c’è la “masseria medievale”. Su tutta “l’ima cavea” che rimane c’era una coltivazione di agrumi e ortaggi. Poi hanno rimosso tutto da dieci anni a questa parte ed è stata riportata alla luce la cavea e l’ingresso monumentale degli atleti. Tutta l’altra parte del fabbricato per 300 metri è stata attraversata dalla nuova via Domiziana e quindi ci sono problemi enormi per il rinvenimento e il collegamento dei resti.

Nello stadio venivano realizzati dei giochi sul modello di quelli olimpici. L’edificio fu costruito da Antonino Pio in memoria di Adriano, perché quest’ultimo era stato sepolto proprio qui. Poi fu deciso da Antonino Pio l’imperatore di portare a Roma le spoglie di Adriano e di costruire in questo posto lo stadio, perché qui c’era una villa romana, i cui resti sono ancora individuabili. Molto probabilmente si tratta della villa di Cicerone.

Rimanendo sempre sul filo rosso di san Paolo, l’autore di un romanzo, “Alle porte dell’Ade”, che racconta la venuta dell’Apostolo a Pozzuoli ambienta la sosta di Paolo prima di partire verso Roma in questa villa romana, dopo poi ricevette dalla padrona di casa il carro e il cavallo per continuare il suo viaggio. Questo scrittore, D’Antonio, immagina la possibilità che Paolo si sia fermato proprio in questa villa. Ogni pietra ci consegna un tesoro, che ci ricorda la nostra storia e ci dà forza per andare avanti.

Don Mario Russo ha scelto un brano del Vangelo di Luca capitolo 21 per poi commentarlo, prendendo spunto dalle rovine romane, un tempo segno di gloria. Il passo scelto parla della sontuosità del Tempio di Gerusalemme e di Gesù che dice che di questo tempio non resterà che pietra su pietra:

“5 Mentre alcuni parlavano del tempio e delle belle pietre e dei doni votivi che lo adornavano, disse: 6 «Verranno giorni in cui, di tutto quello che ammirate, non resterà pietra su pietra che non venga distrutta». 7 Gli domandarono: «Maestro, quando accadrà questo e quale sarà il segno che ciò sta per compiersi?». 8 Rispose: «Guardate di non lasciarvi ingannare. Molti verranno sotto il mio nome dicendo: "Sono io" e: "Il tempo è prossimo"; non seguiteli. 9 Quando sentirete parlare di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate. Devono infatti accadere prima queste cose, ma non sarà subito la fine». 10 Poi disse loro: «Si solleverà popolo contro popolo e regno contro regno, 11 e vi saranno di luogo in luogo terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandi dal cielo”.

Quando Luca scrive questo episodio, il tempio di Gerusalemme era già stato distrutto dai Romani, così come la città di Gerusalemme è stata devastata; il potere civile e il sinedrio sono finiti, cioè non ci sono più quei poteri che hanno condannato a morte Gesù. Invece, la comunità cristiana sopravvive. Essa riesce a sopravvivere perché in quel periodo, mentre gli altri pensavano a mantenere il potere e i palazzi, i cristiani pensavano ai poveri e agli oppressi, perché il messaggio di Gesù Cristo è indirizzato verso quell’unica civiltà che resta, che è la civiltà dell’amore. Luca continua a dire poi:

“12 Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e a governatori, a causa del mio nome. 13 Questo vi darà occasione di render testimonianza”.

 Quando l’evangelista scrive aveva già presente quello che era accaduto alle comunità cristiane delle prime generazioni: Stefano era stato ucciso proprio per mano dei Giudei; anche Giacomo era morto, mentre Paolo resisteva alle persecuzioni e tanti altri fatti in cui i cristiani avevano pagato la loro fede con la vita. I cristiani del tempo indicano la nuova società che si sta formando. Luca dice che così i cristiani potranno riaffermare la propria fede. Leggendo queste poche righe del Vangelo di Luca e vedendo queste pietre di una gloria che fu, viene da pensare a ciò che passa e a ciò che realmente resta: l’amore. S. Giovanni evangelista scrive nella sua prima lettera: “Dio è amore”, mentre s. Giovanni della Croce dice, commentando proprio questo passo, che alla fine della nostra vita noi saremo giudicati sull’amore e da nient’altro. L’unica civiltà che resta è quella dell’amore. È necessario cercare un modo di vivere più fraterno e solidale, provare ad aprire gli occhi del cuore sui bisogni altrui, farsene carico, abbattendo le barriere dell’indifferenza e dell’egoismo, cioè sentirsi custodi dell’altro. Quando Caino uccide Abele, Dio gli chiede: “Dov’è tuo fratello?”. Il peccato grave di Caino è dire: “Sono forse custode di mio fratello?”. Sì, ognuno è custode del fratello. Allora bisogna essere custodi dell’altro, delle sue povertà, delle sue necessità. L’unica civiltà che resta è quella dell’amore.

Infine abbiamo pregato per i defunti presso l’entrata del cimitero che sorge in quel luogo.

Terza tappa: la necropoli di Via Celle e la via Consularis Puteolis Capuam

Abbiamo proseguito la strada per arrivare alla necropoli di Via Celle, dove l’archeologa Andreina Moio ci ha spiegato dove ci trovavamo.

La necropoli è situata fuori dal centro urbano, alla destra delle strada da cui prende il nome.

Questa è detta appunto “la necropoli di Via Celle”, mentre l’altra necropoli di Pozzuoli è quella di San Vito.

Questa zona ha quattordici mausolei, che sono stati ritrovati nel 1700, perché precedentemente era tutto coperto da terreno e alberi, a causa dello stato di abbandono che si è verificato dal 1538 in poi con la nascita di Montenuovo e quindi l’abbandono di tutta l’area. La zona della necropoli è stata la prima ad essere abbandonata.

Quando furono ritrovati i mausolei nel ‘700, alcuni cominciarono ad essere utilizzati come cellai, depositi e ricoveri per le pecore, perché questa era la zona periferica e agricola.

Sono prevalentemente di opus lateritio, perché l’ultimo aggiustamento e impiego risale all’epoca imperiale. Si intravede qualcosa della precedente epoca repubblicana, ma i resti che emergono di più sono quelli di età imperiale. Sono tutti singoli mausolei per le varie famiglie e delle varie famiglie, dapprima utilizzati con il rito dell’incenerimento e poi con quello dell’inumazione.

Anche a Villa di Livia è stata ritrovata una tomba simile con addirittura il corpo custodito in brocche di terracotta tagliate a metà.

Proprio tra questi quattordici mausolei, uno è individuato come “Collegium”, cioè appartenente ad un’associazione, ed è a due piani. Diverse famiglie si mettevano insieme, costruivano la tomba, dove poi alloggiavano i corpi delle varie famiglie.

All’interno prevedevano la possibilità di deporre le ceneri, poi in epoca successiva i corpi, e fermarsi con i propri morti. Quindi c’è l’area per consumare addirittura da mangiare e per venire a trovare i defunti. Il culto dei morti e il credo nel passaggio all’oltretomba è stato sempre presente. Questa parte poi è stata utilizzata anche in epoca cristiana.

Arrivati all’inizio della Via Consularis Puteolis Capuam, l’archeologa Moio ci ha spiegato che questa strada è proprio quella che al 99% – c’è giusto un’ipotesi non concorde di qualche studioso – è stata percorsa da s. Paolo per andare a Roma.

Attraversando questa strada, via Romana, si arriva a Località San Vito, dove è stato deposto anche il corpo di sant’Artema.

Don Mario ha aggiunto che sant’Artema è il primo martire della nostra Diocesi. Noi veneriamo, ricordiamo, abbiamo più memoria dei santi martiri del 305 d.C.: Gennaro, Festo, Desiderio, Eutiche, Acuzio, Sossio e Procolo.

In realtà, prima ancora, durante le persecuzioni di Decio del 210 d.C. c’è stato il martirio di sant’Artema al Rione Terra. Pensavamo di percorrere questa strada, ma è al buio.

“Qualche anno fa alla Facoltà teologica di Capodimonte c’è stato un simposio internazionale su san Paolo e scritti paolini e quindi sono venute le più grandi firme degli studi paolini. Il terzo giorno gli studiosi internazionali chiesero che il convegno si facesse a Pozzuoli perché volevano vedere questa strada e così li accompagnammo e loro con le macchine fotografiche fotografavano i gradoni a terra. La strada è nostra, la teniamo noi e vedete come sta: al buio, non è illuminata” – ha detto don Mario.

Questa strada porta ancora a terra, in alcuni punti, i segni dei carri romani che la percorrevano per andare alla via Appia. I gradoni sono dell’epoca paolina, e anche di età precedente a quella san Paolo, per cui se l’Apostolo è giunto a Pozzuoli per andare verso Roma ha fatto questa strada. Queste pietre sono state calpestate da Paolo e dall’evangelista Luca, e sono presenti nella nostra Diocesi.

Prendiamo spunto dal luogo che ci troviamo, lungo una via, per fare una riflessione sull’incontro tra i primi apostoli e Gesù avvenuto lungo una via. Leggiamo il brano del Vangelo di Giovanni capitolo 1:

29 Il giorno dopo, Giovanni vedendo Gesù venire verso di lui disse: «Ecco l'agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo! 30 Ecco colui del quale io dissi: Dopo di me viene un uomo che mi è passato avanti, perché era prima di me. 31 Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare con acqua perché egli fosse fatto conoscere a Israele». 32 Giovanni rese testimonianza dicendo: «Ho visto lo Spirito scendere come una colomba dal cielo e posarsi su di lui. 33 Io non lo conoscevo, ma chi mi ha inviato a battezzare con acqua mi aveva detto: L'uomo sul quale vedrai scendere e rimanere lo Spirito è colui che battezza in Spirito Santo.34 E io ho visto e ho reso testimonianza che questi è il Figlio di Dio».
35 Il giorno dopo Giovanni stava ancora là con due dei suoi discepoli 36 e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l'agnello di Dio!». 37 E i due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù.”

Don Mario ci fa notare con una riflessione che “Giovanni il Battista vedendo Gesù aveva detto “Ecco l'agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo!”, eppure il giorno dopo, Giovanni stava ancora là e di nuovo vede passare Gesù, che si confonde tra i peccatori. Già lì dà il segnale della sua missione: si confonde tra i peccatori e ritorna. Giovanni aveva già battezzato Gesù, ma intanto il giorno dopo “stava ancora là”, per testimoniare ancora e togliere ogni dubbio.

Il dubbio.

Non dobbiamo avere paura dei dubbi, perché i dubbi camminano a braccetto con la fede. Preoccupatevi quando non avete nessun dubbio, per due motivi: o non avete capito niente, oppure se non avete più dubbi, è arrivato il vostro momento. Infatti, san Paolo dice che oggi vediamo confusamente come in uno specchio, mentre poi vedremo Dio faccia a faccia. Allora quando non ci sono dubbi, state per vedere Dio faccia a faccia. Non abbiate paura dei dubbi. Questo è importante.

Giovanni il Battista dice a due dei suoi discepoli: “Eccolo, è lui l’Agnello”. Così il Battista inizia a dirci che per riconoscere Gesù non basta guardare, ma occorre “fissare lo sguardo”, fermarsi su Gesù, come fece lui quella mattina, il giorno dopo.

Allora sulle rive del Giordano Gesù cammina, lungo la via, con un atteggiamento di disponibilità, come se cercasse di risvegliare l’attenzione su di Lui. Grazie alla testimonianza del Battista, due uomini cominciano ad accostarsi a Lui e a seguire l’Agnello di Dio per rimanere presso di Lui.

Pensando a san Luca, che ha ricevuto la fede dal racconto di san Paolo, abbiamo detto che “la fede è racconto” innanzitutto. Se tu racconti una cosa che hai vissuto, incide. Se dovessi farmi raccontare qualcosa su un lebbrosario, e dovessi scegliere tra uno che sa tutto sul lebbrosario, perché ha studiato e letto libri, e un altro che nel lebbrosario ci ha vissuto, io preferisco il secondo. Allora c’è da chiedersi, con che carica Giovanni ha detto ai discepoli che Gesù era l’Agnello di Dio e di seguirlo. Infatti, queste parole dicono tutto e non dicono niente, ma probabilmente l’avrà detto con una carica tale, con un sentire tale, che i due lasciano Giovanni il Battista e seguono Gesù.

Quando nella Bibbia, un nome viene detto e l’altro no, al posto di quel nome taciuto, se mettete il vostro, siete voi.

Ad esempio, si dice sempre di Tommaso detto Didimo, cioè gemello, ma non si dice mai se davvero avesse un gemello e chi era. Allora c’è un gemello che non ha nome e quel gemello posso essere io, quindi posso identificarmi nel suo modo di essere, con i suoi dubbi e il suo cammino di fede.

Anche in questo brano si parla di due discepoli, uno è Andrea, che va da suo fratello e dice di aver incontrato Gesù. Simone lo segue perché ne ha sentito parlare. Questo ci ricorda che la fede è racconto. Se io ho incontrato veramente Gesù, non me lo tengo per me, ma lo racconto.

Il Vescovo di Pozzuoli disse ai giovani ad un incontro della Pastorale Giovanile: “Fatevi evangelizzatori di altri giovani”. Se ognuno di voi portasse un solo amico, se oggi siamo quaranta, domani siamo ottanta. Chiediamoci se noi lo facciamo. Se non lo facciamo, probabilmente, è perché ancora non abbiamo incontrato Chi dobbiamo incontrare. Giovanni ci dice che quando l’incontri lo sai, perché c’è un elemento indicativo, ovvero il fatto che quell’incontro non te lo dimentichi più.

La strada ci fa venire in mente il fatto che i discepoli lasciano Giovanni il Battista e iniziano a seguire Gesù. Mentre camminavano, Gesù si ferma, si gira e dice loro: “Che cosa cercate?”. Non dice “Chi cercate?”. Anche noi dobbiamo farci questa domanda: “Ma noi che cosa cerchiamo da Gesù?”. Prima ancora di chiederci chi cerchiamo, chiediamoci che cosa vogliamo da Lui.

Si dice nel Vangelo che erano le 4 del pomeriggio, un’ora che era già tarda e probabilmente Giovanni e Andrea di sono fermati a dormire con Gesù. Sono passati sessant’anni da quando è successo questo episodio, quando Giovanni lo racconta con la limpidezza del giorno prima, ma scrive soprattutto che erano le 4 del pomeriggio, perché quell’incontro ha stravolto la sua vita e questo è avvenuto lungo la strada. Allora chiediamoci: “L’abbiamo incontrato veramente?”. E allora perché non lo raccontiamo? Se non lo raccontiamo, allora probabilmente non sono arrivate ancora quelle 4 del pomeriggio per noi”.

Quarta tappa: la chiesa dei santi Francesco d’Assisi e Antonio da Padova

Abbiamo cominciato a scendere dalla collina della necropoli verso il porto e abbiamo sostato in via Pergolesi dove sorge la chiesa di s. Francesco d’Assisi e sant’antonio da Padova, presso il carcere femminile.

La professoressa Andreina Moio ci ha spiegato che la chiesa fu eretta nel 1348 da un puteolano, Matteo Zolfo, poi fu portata a termine nel 1472 da Diomede Carafa duca di Maddaloni, che la dedicò a san Giovanni il Battista. Poi affidò questa chiesa ai frati minori conventuali, che successivamente la dedicarono ai santi Francesco d’Assisi e Antonio di Padova. Adesso i puteolani la conoscono comunemente come chiesa di Sant’Antonio.

Fu gravemente danneggiata dall’eruzione del Monte Nuovo nel 1538. Quest’ultimo è il vulcano più giovane d’Europa. Per i puteolani è una bella collinetta tranquilla coperta di verde, ma è un vulcano giovane che non è più attivo, ma l’eruzione di Monte Nuovo avvenuta il 29 settembre del 1538 fece grandi danni. Le conseguenze dell’eruzione non furono drammatiche quanto quelle dei terremoti che la precedettero, che provocarono danni terribili su tutta la linea di costa.

Tutta la costa dal Rione Terra fin quasi a Capodichino fu completamente abbandonata. Anche questo edificio subì notevoli danni per la trasformazione della linea di costa del 1538. Quindi fu restaurato ad opera di Don Pedro da Toledo, il viceré spagnolo, che venendo da Napoli a Pozzuoli ne apprezzò la bellezza sia naturale sia dei reperti archeologici che vedeva intorno, e investì enormemente in questa zona, per recuperare le catacombe, ma anche per questo edificio.

Nell’edificio che comprende la chiesa dei santi Francesco d’Assisi e Antonio da Padova abbiamo l’attuale Casa Circondariale Femminile, che occupa il vecchio monastero. Fino al 1800 è stato utilizzato come monastero, poi con la soppressione degli ordini religiosi nel 1800 è diventato Casa Circondariale e attualmente continua ad esserlo in tutta la sua specificità di carcere femminile.

Per un periodo questo edificio, soprattutto nell’attuale carcere, fu utilizzato dal vescovo di Pozzuoli come residenza estiva del seminario, perché l’edificio fu venduto e lui lo riacquistò.

In questo convento morì Giambattista Pergolesi, un musicista jesino, che nel 1736 per problemi di salute venne qui, ma dopo un breve periodo trovò la morte. Fu proprio qui, tra il convento e la chiesa, che compose lo Stabat Mater. Pozzuoli per ricordarlo costruì il cenotafio che è stato portato qui dalla Cattedrale nel 1987. In una delle cappelle laterali si conservava il cenotafio, perché i suoi resti non furono mai ritrovati, infatti al tempo della sua morte nel 1736 c’erano fosse comuni, non c’era ancora il cimitero comunale. Sicuramente fu sepolto nella cripta della Cattedrale. Poi la città di Pozzuoli edificò questo cenotafio nella Cattedrale, che però dal 1964 fu chiusa (per un incendio) e nel 1987, a duecentocinquant’anni dalla morte di Giambattista Pergolesi, è stato portato qui.

Sono da notare i marmi policromi delle navate e bisogna immaginare che la cattedrale (prima dell’incendio e dei terremoti) era tutta così. Aveva le quattro cappelle laterali con marmi, che non ci sono più. Questo ci fa capire la stratificazione della storia delle nostre pietre, che ci trasmettono una grande memoria.

Don Mario Russo ci ha parlato della figura di sant’Antonio da Padova e ha condiviso con noi delle riflessioni sull’accoglienza e la trasmissione della Parola di Dio, sulla pace con il Signore e l’armonia con la Sua creazione che possiamo ritrovare. Riporto queste riflessioni dopo averle rielaborate.

“Sant’Antonio da Padova è oggi conosciuto per il suo annunciare, il suo predicare. Eppure fino a quando non ha predicato per la prima volta nessuno lo aveva mai apprezzato e considerato. Pensavano che era buono a poco. Fu riconosciuto come predicatore quando una volta tutti gli altri frati erano impegnati e non potevano andare a predicare. Era rimasto solo l’usciere, il cuciniere.

Il suo nome di battesimo era Fernando Martins de Bulhões. Con la sua consacrazione prese il nome di Antonio. Era un agostiniano, poi si fece francescano, frate minore, perché conobbe s. Francesco d’Assisi.

Dalla prima volta che s. Antonio predicò, da allora tutti lo richiedevano. E si scoprì che Antonio era qualcosa di straordinario, era un appassionato della Sacra Scrittura, al punto tale che Francesco d’Assisi lo chiamava “il mio vescovo”.

C’è stato un momento della vita di Antonio, Fernando di Lisbona, nel quale la Parola di Dio è scesa su di lui.

Pensiamo che la Parola di Dio debba scendere tra i potenti, tra i dottori, tra i sacerdoti del tempio, invece no. La scelta di Dio per far scendere la sua Parola è sempre una scelta molto “laica”, come si vede dal Vangelo di Giovanni 1,6-8 che narra della discesa della Parola su Giovanni il Battista e non sui potenti del tempo.

6 Venne un uomo mandato da Dio

e il suo nome era Giovanni.

7 Egli venne come testimone

per rendere testimonianza alla luce,

perché tutti credessero per mezzo di lui.

8 Egli non era la luce,

ma doveva render testimonianza alla luce.

La Parola sfugge ai potenti e scende sul Battista. L’Evangelista Giovanni addirittura dice “Apparve un uomo mandato da Dio e il suo nome era Giovanni”. Al posto del nome di Giovanni il Battista possiamo mettere il nome di ciascuno di noi. Alla fine tutti siamo chiamati ad essere “potenti”. In ebraico profeti si dice nabim e questo termine richiama soprattutto la “parola trasmessa”. I profeti erano coloro che avevano ricevuto una parola, l’hanno accolta e la dovevano trasmettere. Come Giovanni Evangelista narra del suo incontro con Gesù avvenuto alle 4 del pomeriggio, così quando Lo incontriamo nella Parola ce lo ricordiamo, non possiamo dimenticare quel dato episodio in cui la nostra vita è cambiata, altrimenti significa che l’incontro non c’è stato.

Ricordiamoci questo: la Parola di Dio non si rivolge a personaggi scontati. Anzi, il Signore aveva fatto un tentativo con Zaccaria, sacerdote del Tempio, ma questi non vi aveva creduto, non aveva accolto la Parola di Dio, per questo era diventato muto, cioè perché non aveva nessuna Parola da trasmettere agli altri una volta uscito dal tempio. Dal Vangelo di Luca capitolo 1:

8 Mentre Zaccaria officiava davanti al Signore nel turno della sua classe, 9 secondo l'usanza del servizio sacerdotale, gli toccò in sorte di entrare nel tempio per fare l'offerta dell'incenso. 10 Tutta l'assemblea del popolo pregava fuori nell'ora dell'incenso. 11 Allora gli apparve un angelo del Signore, ritto alla destra dell'altare dell'incenso. 12 Quando lo vide, Zaccaria si turbò e fu preso da timore. 13 Ma l'angelo gli disse: «Non temere, Zaccaria, la tua preghiera è stata esaudita e tua moglie Elisabetta ti darà un figlio, che chiamerai Giovanni. 14 Avrai gioia ed esultanza e molti si rallegreranno della sua nascita, 15 poiché egli sarà grande davanti al Signore; non berrà vino né bevande inebrianti, sarà pieno di Spirito Santo fin dal seno di sua madre 16 e ricondurrà molti figli d'Israele al Signore loro Dio. 17 Gli camminerà innanzi con lo spirito e la forza di Elia, per ricondurre i cuori dei padri verso i figli e i ribelli alla saggezza dei giusti e preparare al Signore un popolo ben disposto». 18 Zaccaria disse all'angelo: «Come posso conoscere questo? Io sono vecchio e mia moglie è avanzata negli anni». 19 L'angelo gli rispose: «Io sono Gabriele che sto al cospetto di Dio e sono stato mandato a portarti questo lieto annunzio. 20 Ed ecco, sarai muto e non potrai parlare fino al giorno in cui queste cose avverranno, perché non hai creduto alle mie parole, le quali si adempiranno a loro tempo».

21 Intanto il popolo stava in attesa di Zaccaria, e si meravigliava per il suo indugiare nel tempio. 22 Quando poi uscì e non poteva parlare loro, capirono che nel tempio aveva avuto una visione. Faceva loro dei cenni e restava muto.

Il tempio di Gerusalemme aveva una struttura con al centro un santuario, la Sancta sanctorum, in cui poteva entrare solo il sacerdote per il sacrificio. Era entrato Zaccaria, mentre il popolo aspettava fuori, non entrava mai dove c’era l’Arca dell’alleanza. Quando il sacerdote incredulo uscì, la gente aspettava sul portico la sua parola, ma egli era muto, come se l’angelo del Signore gli avesse detto “Non hai più niente da annunciare, perché non hai creduto alla Parola di Dio”. Questo ci fa capire la credibilità, l’essere credibili: per trasmettere la Parola, dobbiamo prima averla accolta in noi. Non dobbiamo dire cose lette, ma cose vissute; non cose studiate, ma cose interiorizzate.

Antonio e Giovanni il Battista hanno avuto questa grande grazia: hanno gustato e hanno fatto gustare la Parola. Si racconta che una volta che Antonio predicava qualcuno non lo ascoltava e lui andò al mare a predicare ai pesci e questi uscirono dall’acqua per ascoltarlo. È un racconto simile a quello di s. Francesco che si mise a predicare agli uccelli. Da questo capiamo che la Parola di Dio, quando la gustiamo veramente, ci fa entrare in un’armonia universale, che ti capiscono pure i pesci e gli uccelli. È l’armonia che precedeva il peccato originale. Infatti, prima del peccato originale c’era l’originale grazia, l’armonia tra tutte le creature. Dopo peccato, per prima cosa la coppia originaria scopre di essere nuda. Adamo ed Eva portano da allora “una corazza” per difendersi: da quel momento uno è nemico dell’altro.

Quando viviamo nella pace di Dio, possiamo tornare indietro a quell’originale grazia, in cui anche i pesci e gli uccelli ti ascoltano.

Davide Maria Turoldo afferma che ciascuno di noi è chiamato ad essere profeta: “Ogni uomo è un profeta nel quale si condensa in sillabe il Verbo e traspaiono le risposte di Dio”. Ogni uomo è un apostolo di Dio. Ciascuno di noi può diventare voce di una parola, di una sillaba di Dio. Dedicatevi con il cuore alla lettura del Vangelo e lasciatevi trascinare da essa, affinché la Parola giunga fino al cuore.”

Quinta tappa: il Macellum, detto Tempio di Serapide

Ci siamo fermati davanti all’ingresso principale del Macellum, dove l’archeologa Andreina Moio ci ha iniziato a parlare dei resti che vi si trovano.

Anche se l’edificio è noto come tempio di Serapide, lo chiamiamo con il suo vero nome di Macellum. È la zona di mercato dell’antica Roma. Questo è sicuramente un luogo che san Paolo ha conosciuto, ha visto e ha percorso.

Lo conosciamo come Tempio di Serapide, perché quando fu portato alla luce fu ritrovata nell’abside dietro le tre colonne la statua del dio Serapide. È normalissimo che all’interno di una zona pubblica e di commercio, il dio Serapide, una divinità proveniente dall’Oriente e protettrice dei commerci, si trovasse nell’abside centrale dell’area.

Da che cosa è costituito questo macellum? È formato dall’area dedicata alle divinità, dove, oltre alla statua dei dio Serapide, c’era quella della dea Iside da una parte e il Genius Imperatoris dall’altra, cioè la statua dell’imperatore.

Era una zona commerciale dove si vendeva e si comprava tutto quello che veniva dal porto, quindi dall’Oriente: materie prime, stoffe, pietre preziose, di tutto.

Come lo vediamo adesso, al centro c’è l’area circolare al centro che è la tolos, che era ricoperta; poi c’è la piazza del macellum; tutto intorno si snodano le tabernae su un’area quadrata. Queste ultime erano i vari locali dove si vendeva e si comprava.

Dobbiamo immaginare che esisteva anche un secondo piano, che per ovvi motivi, è andato distrutto. In alcuni di questi ambienti si nota la scala per accedere al piano superiore.

Quest’area come la troviamo oggi, con il pavimento in marmo, ora ricoperto da acqua piovana, è stato il nostro termometro del fenomeno del bradisismo. Per l’abbassamento del suolo, questo edificio era tutto ricoperto, infatti il luogo era conosciuto come la “vigna delle Tre Colonne”, perché emergevano solo le tre colonne più alte ed era un vigneto. Poi, quando è stato scavato e riportato alla luce, si è visto che era l’area del macellum, ma per i puteolani per secoli quelle tre colonne sono state l’indizio e il riferimento per il fenomeno del bradisismo. Infatti, come si vede, ci sono i litodomi sulle colonne che ci fanno capire che l’acqua del mare le sommergeva fin quasi alla metà della loro altezza. Adesso sono state ripulite e l’acqua che si vede è solo piovana.

L’area è importante, è pubblica, risalente al I secolo dopo Cristo, quindi quando Paolo è venuto qui sicuramente l’ha conosciuta. Molto probabilmente alla destra (dalla parte del Rione Terra) c’era il quartiere ebraico. A Pozzuoli c’era l’insediamento di una comunità ebraica e attraverso di essa è arrivato anche il cristianesimo prima dell’arrivo di Paolo.

Le divinità pagane erano presenti nei vari siti, ma qui avevano un’importanza maggiore perché le aree commerciali dovevano avere la massima protezione dalla divinità, sperando che tutto avvenisse per il meglio.

Sulla sinistra (dalla parte di Arco Felice) c’erano i granai, che pure sono stati ritrovati ma sono stati coperti, perché altrimenti, se si riportasse alla luce tutti i resti, tutta Pozzuoli se ne dovrebbe andare via. Anche in epoca romana, Pozzuoli aveva 80.000 abitanti e anche oggi continua ad essere molto popolata.

Don Mario ha aggiunto un nota sul bradisismo. “L’ultima emergenza è stata nel 1983-’85. In questi anni ci fu anche l’evacuazione, questa fu dichiarata “zona A”. Prima del bradisismo del 1983 si vedevano solo le tre colonne più alte e qualcuna di quelle centrali. Tutto il muro intorno e gli edifici laterali sono usciti dopo, erano tutti sommersi dall’acqua. Ci accorgevamo che il bradisismo stava avanzando e ogni settimana il Comune metteva affissi i manifesti con scritta la media settimanale dell’innalzamento del suolo: 3mm – 6mm al giorno. Oltre che tutti i resti archeologici uscivano dall’acqua e si scoprì quello che c’era sotto le colonne e che nessuno immaginava, la cosa più impressionante è stata l’emersione della spiaggia. Prima qui vicino il macellum c’era la biglietteria della Caremar e i traghetti attraccavano proprio qui. Non potettero più approdare perché piano piano uscì la spiaggia. Dall’83 all’85 ci sollevammo in totale di 1,70 m. Questo luogo è un riferimento importante per i puteolani, perché pochi decenni fa lo vedevamo completamente diverso”.

Sempre don Mario ci ha riportati con la mente ai tempi di Paolo, parlandoci dei culti pagani che l’Apostolo trovò qui e di come seppe destreggiarsi per annunciare il Vangelo in ambienti simili.

“Questo viene chiamato erroneamente tempio di Serapide, per il ritrovamento della statua di una divinità. All’epoca della venuta di Paolo erano diffusi molti culti non solo a Pozzuoli ma in tutta l’attuale Diocesi. Paolo non ha trovato solo il cristianesimo. C’era una comunità ebraica molto forte nella zona di Bacoli e Monte di Procida, dove ancora si conservano i retaggi di quella presenza. Molti di quelle parti si chiamano Abramo, Rachele e di cognome Salomè.

C’è stata una discussione riguardo al fatto che quando s. Paolo sbarcò a Pozzuoli incontrò dei fratelli, se questi fossero giudei o cristiani. Poi si è concordato alla fine sul fatto che erano cristiani. Le vie del cristianesimo sono state le vie del commercio.

Alla Facoltà teologica, alla specializzazione, il professore di Sacra Scrittura ci fece fare una carta dell’Italia, segnando con dei punti tutte quelle che erano le diocesi antiche e che sono scomparse. Solo la nostra diocesi di Pozzuoli accorpa tre antiche diocesi: c’erano quella di Cuma, quella di Miseno e quella di Pozzuoli. Queste comunità cristiane con a capo i vescovi erano tutte concentrate intorno alle vie del commercio. Allora possiamo concludere che il cristianesimo ha sfruttato il commercio per diffondersi. Ecco perché quando Paolo arriva, c’è già una folla di cristiani ad accoglierlo.

Qualche studioso ritiene che il cristianesimo era arrivato a Pozzuoli durante gli anni della vita pubblica di Gesù. Da Cafarnao si dislocava tutto il commercio e Gesù parlava proprio a Cafarnao. Dalla Palestina arrivarono qui uomini, merci, notizie. Dei giudei aderirono al cristianesimo, per cui Paolo quando arrivò trovò già una comunità talmente solida da poterlo anche ospitare.

Qui c’erano molti culti di divinità, tra cui quella di Mitra (divinità induista dell’onestà, dell’amicizia e dei contratti), altre che sono state ritrovate nella zona di Cuma. Questo fa venire in mente quando s. Paolo fece un tentativo di parlare all’areopago di Atene. Lungo la strada per arrivarci, notava che c’erano altari con tante divinità e poi ce n’era anche uno particolare. Leggiamo Atti 17, 22-34:

22 Allora Paolo, alzatosi in mezzo all'Areòpago, disse:

«Cittadini ateniesi, vedo che in tutto siete molto timorati degli dèi. 23 Passando infatti e osservando i monumenti del vostro culto, ho trovato anche un'ara con l'iscrizione: Al Dio ignoto. Quello che voi adorate senza conoscere, io ve lo annunzio. 24 Il Dio che ha fatto il mondo e tutto ciò che contiene, che è signore del cielo e della terra, non dimora in templi costruiti dalle mani dell'uomo 25 né dalle mani dell'uomo si lascia servire come se avesse bisogno di qualche cosa, essendo lui che dà a tutti la vita e il respiro e ogni cosa. 26 Egli creò da uno solo tutte le nazioni degli uomini, perché abitassero su tutta la faccia della terra. Per essi ha stabilito l'ordine dei tempi e i confini del loro spazio, 27 perché cercassero Dio, se mai arrivino a trovarlo andando come a tentoni, benché non sia lontano da ciascuno di noi. 28 In lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo, come anche alcuni dei vostri poeti hanno detto:

Poiché di lui stirpe noi siamo.

29 Essendo noi dunque stirpe di Dio, non dobbiamo pensare che la divinità sia simile all'oro, all'argento e alla pietra, che porti l'impronta dell'arte e dell'immaginazione umana. 30 Dopo esser passato sopra ai tempi dell'ignoranza, ora Dio ordina a tutti gli uomini di tutti i luoghi di ravvedersi, 31 poiché egli ha stabilito un giorno nel quale dovrà giudicare la terra con giustizia per mezzo di un uomo che egli ha designato, dandone a tutti prova sicura col risuscitarlo dai morti».

32 Quando sentirono parlare di risurrezione di morti, alcuni lo deridevano, altri dissero: «Ti sentiremo su questo un'altra volta». 33 Così Paolo uscì da quella riunione. 34 Ma alcuni aderirono a lui e divennero credenti, fra questi anche Dionigi membro dell'Areòpago, una donna di nome Dàmaris e altri con loro.

L’altare al dio sconosciuto che Paolo trova ad Atene è l’espressione originale ed estrema dell’uomo alla ricerca. Gli uomini del tempo si mettevano alla ricerca di tante divinità, poi tra loro ci poteva essere qualcuno che non si identificava con nessuna di esse, allora veniva rispettato e aveva anche il suo altare del dio ignoto per rivolgersi a lui e identificarsi in quello. Paolo approfitta di questa immagine e dice: “Quel Dio sconosciuto di cui ho visto l’immagine, ecco, non è sconosciuto, ve le parlo io” e inizia a parlare. Ma gli argomenti non sono facili da digerire, anche se ci troviamo nella patria della filosofia classica, ma era difficile comprendere l’idea della resurrezione. Quando gli Ateniesi ne sentirono parlare gli dissero che lo avrebbero ascoltato un’altra volta.

È importante notare che s. Paolo si mette in dialogo: nella sinagoga parla con i giudei, nell’areopago parla con i filosofi. Mettersi in dialogo non significa scendere a compromessi. Mettersi in dialogo con la società a volte ci porta alla tentazione di strappare anche pagine di Vangelo, ma questo a Paolo non succede mai. San Paolo diceva di se stesso: “Guai a me se non predicassi il Vangelo”. Mettersi in dialogo significa avere la capacità di accettare l’altro, al di là della sua cultura, etnia, religione e significa trovare nel dialogo ciò che ci unisce più che ciò che ci divide.

Le guerre nascono sempre dal far emergere gli elementi non comuni, anche le guerre tra cristiani, come è successo in Irlanda, dove si combattevano cattolici contro protestanti. Stiamo parlando di fratelli e discepoli di Gesù.

L’esperienza di Paolo all’areopago, che ci è stata richiamata dal culto di Mitra qui a Pozzuoli e altri culti, ci fa capire che dobbiamo porci sempre nelle condizioni di metterci in ascolto dell’altro, ma anche accogliere e ospitare l’altro”.

 

Sesta tappa: il porto Caligoliano che ha accolto san Paolo

Ci siamo fermati per l’ultima tappa, al porto, vicino alla chiesa di Santa Maria delle Grazie, dove è ricordato l’arrivo dell’Apostolo con diverse lapidi e maioliche. Qui abbiamo ascoltato prima la professoressa Andreina Moio che ci ha parlato del luogo.

Qui si trovava il porto Caligoliano con arcate, le due colonne con i due Dioscuri, ed è qui che s. Paolo è arrivato.

“Nel 1990, quando è venuto Giovanni Paolo II a vedere Pozzuoli è stato accolto in questo luogo dalle autorità civili e per quell’occasione è stato posto questo cippo o ceppo, che era uno scoglio che fu portato quando è stata fatta la scogliera. Su questo scoglio è stata posta la scritta dei versetti degli Atti degli Apostoli che riportano l’arrivo di Paolo a Pozzuoli.

In alto sulla chiesa c’è anche la maiolica realizzata da Giuseppe La mura, sempre in occasione dell’accoglienza a Giovanni Paolo II. È una maiolica che purtroppo, per gli agenti atmosferici e soprattutto per la salsedine, ha perso il suo colore, la sua bellezza e luminosità originari. Rappresenta Paolo che arriva a Pozzuoli.

Per qualche decennio c’è stato solo il mosaico nella chiesa dei santi Luca, Eutichete ed Acuzio che rappresentava a Pozzuoli l’arrivo dell’Apostolo; poi negli anni ’90 è stata posta questa maiolica che si può suddividere in quattro livelli. Partendo dal basso, sono rappresentati i pescatori che accolgono Paolo sul molo; nel secondo livello si vede san Paolo che mette piede sulla banchina del Porto Caligoliano; nel terzo livello c’è il tempio di età augustea, che svetta sulla rocca del Rione Terra; l’ultimo livello, quello più in alto, rappresenta una colomba che è segno della presenza dello Spirito Santo.

Bisognerebbe fare un bel restauro tenendo conto del luogo, della salsedine e di tutto quanto. Speriamo che qualche anima buona ci pensi o almeno proponga e poi si possa realizzare.

Oltre alla lapide che ricorda Giovanni Paolo II, ce n’è anche un’altra del 1918, che si trovava sotto Porta Napoli e poi fu spostata qui, in occasione dell’arrivo delle catene di san Paolo a Pozzuoli.

Ci troviamo alle spalle della chiesa di Santa Maria delle Grazie. Da qui si ha la veduta di tutta la linea di costa del golfo di Pozzuoli. Di fronte a noi abbiamo il Castello di Baia, che raccoglie tutti i reperti archeologici trovati in questa zona: da Capo Miseno a Nisida, Monteruscello (che era un insediamento romano), Villa Literno e buona parte di Giugliano (che facevano parte della diocesi scomparsa di Cuma e ora di Pozzuoli). Quindi il territorio ha avuto varie trasformazioni.

Questo è proprio il luogo dell’accoglienza. Pozzuoli ha accolto san Paolo, poi Giovanni Paolo II nel 1990 e dobbiamo continuare ad accogliere”.

Don Mario ha proseguito facendo una riflessione sul significato del racconto degli Atti riguardo alla venuta di Paolo e Luca a Pozzuoli.

“Noi puteolani dovremmo stampare in mente questo capitolo e questi versetti per non dimenticarli. Siamo nel capitolo 28 degli Atti degli Apostoli e ci sono i versetti 11-14 che parlano di Pozzuoli. A scrivere è Luca, che è l’autore degli Atti degli apostoli e parla al plurale. Questo indica che lui era con Paolo, quindi sono sbarcati insieme a Pozzuoli. Ascoltiamo prima questo brano e poi facciamo alcune riflessioni”.

11 Dopo tre mesi salpammo su una nave di Alessandria che aveva svernato nell'isola, recante l'insegna dei Diòscuri. 12 Approdammo a Siracusa, dove rimanemmo tre giorni 13 e di qui, costeggiando, giungemmo a Reggio. Il giorno seguente si levò lo scirocco e così l'indomani arrivammo a Pozzuoli. 14 Qui trovammo alcuni fratelli, i quali ci invitarono a restare con loro una settimana. Partimmo quindi alla volta di Roma.

“Innanzitutto, consideriamo un dato esegetico: s. Paolo e s. Luca approdano a Malta, Siracusa, Reggio Calabria. Delle soste italiane di Siracusa e Reggio non si dice altro, se non i giorni in cui sono rimasti, mentre solo di Pozzuoli si dice che trovarono una comunità di fratelli che li invitarono a restare con loro una settimana.

Paolo sbarca a Pozzuoli nel 61 d.C. con questa nave onoraria di Alessandria che trasportava, insieme alle consuete svariate mercanzie, anche un gruppo di prigionieri. Ricordiamoci che Paolo non è giunto a Pozzuoli da uomo libero, ma era prigioniero. Quando sentite “Paolo è giunto in catene”, non è corretto, perché allora nell’Impero romano non si usavano catene per portare i prigionieri. Non è giunto in catene, allora probabilmente le catene che stanno alla Basilica di s. Paolo fuori le mura a Roma – che dicono che siano le catene di Paolo prigioniero – sono quelle di quando stava in carcere. Ma quando arrivò da queste parti era accompagnato da un centurione carceriere ed era un uomo abbastanza libero. Diversamente, non avrebbe potuto fare una richiesta di stare una settimana e ottenerlo. Il carceriere acconsentiva a queste cose.

Luca non fornisce dei particolari sul soggiorno di san Paolo a Pozzuoli, non ci dice nemmeno il nome di qualche fratello di fede che era presente, ci dice solo che si trattenne con Paolo una settimana.

Che cosa pensare di questo? San Paolo, dovunque andava, incoraggiava e sosteneva nella fede. Si può pensare che anche a Pozzuoli abbia fatto lo stesso, ha rincuorato, ha rinsaldato nella fede, ha pronunciato una parola di conforto, una parola di speranza, anche se comunque era un prigioniero, quindi i cristiani che lo vedevano si potevano anche scoraggiare vedendo il loro Apostolo conosciuto arrivare prigioniero.

Poi si dice che è rimasto sette giorni. San Paolo è il primo a raccontarci dell’istituzione dell’Eucaristia il giovedì santo, prima ancora degli evangelisti. Infatti la prima lettera ai Corinzi è più antica del Vangelo di Marco. In quella lettera Paolo dice proprio che nella notte in cui veniva tradito Gesù prese il pane, rese grazie, lo spezzò.

Paolo è il primo a raccontare questo avvenimento e nella prima lettera ai Corinzi capitolo 11 ci dice anche come l’ha saputo: “23 Io, infatti, ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane 24 e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: «Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me». 25 Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: «Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me». 26 Ogni volta infatti che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore finché egli venga” (1 Cor 11,23-26).

Se Paolo scrive così, per dire “Fatelo, fatelo!”, non è pensabile che anche qui a Pozzuoli l’abbia fatto? Io ritengo che l’abbia fatto, mi piace pensare che l’abbia fatto.

Il particolare identificativo del racconto di Luca riguardo all’approdo con Paolo a Pozzuoli, per noi cristiani oggi, sta in quella accoglienza. San Paolo giunse e fu accolto, ma non solo: è stato anche ospitato in casa.

Chi era Paolo? Oggi diremmo che era un extracomunitario di Tarso che arrivava qui con un barcone. Luca che era insieme a lui veniva dalla Siria, era un altro extracomunitario. Due extracomunitari arrivano sulle coste italiane a Pozzuoli, uno di nome Paolo e l’altro di nome Luca, che poi ricorderemo come San Paolo e San Luca, e non solo vengono accolti, ma sono attesi e anche ospitati. Oggi troverebbero la realtà delle proteste degli abitanti contro l’arrivo degli extracomunitari, come è successo a Monterusciello e Licola.

Paolo e Luca – ricordiamolo – erano extracomunitari. Per fortuna i puteolani di allora li hanno accolti. Penso che noi, della diocesi di Pozzuoli, cristiani, dovremmo attingere questo insegnamento, che dovrebbe essere la nostra carta d’identità, il nostro distintivo.

Oggi specialmente nei paesi ricchi ed opulenti dell’occidente, lo straniero è considerato come un intruso. L’ospitalità si pratica ancora ma è condizionata all’interesse. È diventata un’industria, una sorgente di guadagno e sappiamo bene perché. La magistratura si sta muovendo per combattere il guadagno lucrato sulla pelle della povera gente. Il turista è ricevuto, ma perché porta valuta pregiata e quindi ricchezza. Anche i lavoratori stranieri immigrati trovano posto nella nostra società perché forniscono manodopera per lavori che adesso nessuno vuole fare, sono sottopagati, ma più che accolti sono spesso sopportati come un male necessario, come uno scotto da pagare. In molti casi abitano in situazioni disumane e hanno condizioni di lavoro ingiuste. Quando la loro presenza comincia a mettere in pericolo la sicurezza delle regioni ospitanti o compromette i privilegi acquisiti, allora lo straniero viene riaccompagnato alla frontiera.

Resta vero – e per i cristiani deve essere motivo di un serio esame di coscienza – che l’ospitalità e il senso dell’accoglienza sono segni per misurare la reale fedeltà al Vangelo delle nostre comunità cristiane. Le manifestazioni xenofobe, il politico di turno che parla contro gli immigrati, i gesti di intolleranza nei confronti degli stranieri rivelano il volto anticristiano ed antievangelico di comunità apparentemente cristiane e praticanti.

Vi ringrazio perché siete tra coloro che comprendono l’importanza di alcuni eventi. Mi dispiace solo una cosa di quando non partecipano altri, non del numero che non c’è, ma di ciò che viene sottratto a questi giovani, perché molti di loro non hanno neanche saputo di questo evento, o perché sono stati spronati o non sono stati invitati da chi dovrebbe farlo. La Pastorale Giovanile non segue la legge dei grandi numeri, ma piuttosto propone dei cammini che possono essere arricchenti e motivo di ricordo negli anni. Quando a un giovane è sottratto un evento di un cammino, viene sottratto anche il ricordo e il bagaglio di conoscenza. Abbiamo vissuto un momento piacevole e lo rifaremo sempre ogni anno il 30 maggio, perché resti vivo il ricordo dell’approdo di san Paolo a Pozzuoli”.

 


 

31 maggio

Sono partita la mattina presto da Arco Felice (una zona nord di Pozzuoli). Per via dei Campi Flegrei sono arrivata alla stazione Solfatara, vicina al vulcano Solfatara, dove ho preso il treno per Formia - Gaeta, che era anche una tappa dell'antica via Appia.

Quindi ho preso un'altro treno per Sezze Romano, il centro vicino all'antico Foro Appio, oggi "Borgo Fàiti". Mi sono incamminata per una strada non percorribile a piedi finché non ho trovato una coppia in macchina che mi ha dato un passaggio fino al Borgo. Da lì sono andata alla chiesa e ho ascoltato la s. Messa delle 11. Ho parlato con una suora francescana che vive lì e col parroco don Luigi. Ho chiesto informazioni a un signore che stava allestendo l'oratorio e altri scout che erano riuniti. Sono stati tutti molto disponibili.

Un signore di Borgo Faiti, a cui avevo chiesto solo se ci fossero mezzi pubblici, mi ha accompagnato in macchina fino alla stazione di Sezze con suo figlio. Lungo la strada mi ha raccontato della rievocazione storico - religiosa che hanno fatto l'anno scorso riguardo all'arrivo di San Paolo nel loro Borgo e ha detto che hanno intenzione di rifarla a luglio.

Ho preso il treno per Cisterna di Latina e, una volta arrivata alla stazione, mi sono messa a chiedere informazioni su dove si trovasse il sito archeologico delle Tre Taverne. Purtroppo nessuno aveva la minima idea, a parte il barista. Un tassista abusivo mi voleva portare ma per 20€ ma non sapeva neanche dov'era il luogo, e ho rifiutato.

Sono andata alla chiesa più vicina, dedicata a S. Francesco. Sono capitata proprio durante la S. Messa della festa filippina tradizionale della "Santa Crusa". è stato bello vedere come oggi gli eredi spirituali più autentici del passaggio dell'apostolo Paolo e l'evangelista Luca vengano dall'altra parte del mondo. Ho parlato con un sacerdote filippino alla fine della s. messa, ma non sapeva niente della storia degli Atti, e ha detto che veniva a Cisterna solo la domenica per celebrare.

Ho trovato una suora affacciata alla finestra di una casa a fianco alla chiesa e mi ci sono messa a parlare, anche se era al secondo piano... ha detto che il passaggio dell'Apostolo viene festeggiato nella chiesa principale e mi ha dato le indicazioni. lì sono riuscita a parlare con due signori, ma del parroco non c'era traccia.

Non ho trovato in tutto il paese neanche una piccola immagine, icona, statuina o epitaffio relativa al santo apostolo, neanche un santino.

Ripassando dalla chiesa di S. Francesco ho parlato col parroco don Joseph e con un altro sacerdote libanese. Sono stati disponibili e sensibili a promuovere la memoria del passaggio di s. Paolo e festeggiarlo.

Quando mi ero arresa e stavo tornando alla stazione per tornare a Roma, mi è venuto in mente di fare l'ultimo tentativo per arrivare a Tre Taverne, chiedendo se per caso ci fosse qualche fermata di mezzi pubblici da quelle parti.

Ho chiesto a un signore che stava facendo giocare due dei suoi tre bambini vicino casa. Si è subito proposto di accompagnarmi in macchina e sono venuti anche i due bambini, mentre il terzo era in terrazzo con la mamma. Arrivati al sito archeologico, ha accostato la macchina, anche se lo spazio non era sufficiente. Ho visto il campo di avena infestante che ricopre tutto il sito archeologico e ho letto il grande cartello che promette la ricerca, la valorizzazione e la futura fruizione pubblica del sito archeologico.

Quindi il babbo con i bambini mi hanno riaccompagnata alla stazione e sono partita per Roma.

Arrivata nella capitale, non mi sono potuta trattenere per vedere la Basilica di s. Paolo, dove è sepolto, e la chiesa del suo martirio, ma credo che il cammino di s. Paolo di possa concludere semplicemente con l'arrivo a Roma.

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